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Linguaggio dei segni

Metti un giorno con il linguaggio dei segni…

Episodio 9

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Pubblicato da:
MMassarotti

Testo e voce: Mario Massarotti

In questa puntata ci occupiamo di modalità espressive al di fuori della “parola”, propriamente detta. Coloro che si sono specializzati con il linguaggio dei “segni” lavorano in maniera più simbolica ed essenziale. I messaggi sono ugualmente vitali all’animo allo stesso modo in cui lo è l’ossigeno per il corpo.

In un momento in cui tutto è diventato complicato, a partire dalle relazioni umane, e ci siamo disabituati all’abbraccio, alla carezza, al bacio… una piccola favola scuote i cuori da un letto d’ospedale. Protagonisti sono sempre loro: il nemico invisibile e un paziente. Anzi, tre… si aggiunge un medico specializzando che ha inaugurato, si spera, una modalità terapeutica originale, rompendo gli schemi in questa battaglia dove tutti, anche sanitari, lottano al pari dei malati contro il freddo della solitudine e delle insicurezze.

In questo periodo abbiamo capito bene il principio legato alla comunicazione cosiddetta non verbale, che è venuta meno. Abbiamo però a che fare con quelle espressioni degli occhi che è molto facile carpire oltre la mascherina e che davvero svelano quell’universo dell’animo che troppo spesso si perde tra le righe delle frasi.

Medici, infermieri e operatori sanitari, dicevamo. Essi conducono una battaglia in prima linea magari raccontata poco. Non c’è modo per farlo e forse neppure il tempo. Ad un certo punto, quando la diagnosi è chiara e il ricovero necessario, essi diventano gli unici interlocutori possibili per il paziente in questo mondo così stranamente rapido nel capovolgere le situazioni. Fino a tempo prima era con la sua famiglia e gli affetti, oggi si ritrova all’improvviso catapultato nella solitudine di un letto e nell’isolamento a lottare contro dolori e difficoltà. 

I sanitari, sconvolti dal turbinìo delle emergenze e degli imprevisti di questa pandemìa, gestiscono a raffica i casi che pervengono nel proprio reparto, e cercano di evitare che la persona che richiede cure sia unicamente un numero associato alla cartella clinica. Il compito è ancora più difficile se egli ha difficoltà espressive e se nessuno, nelle università di medicina, ha previsto che quel giorno può entrare un sordomuto, un non vedente o chiunque altro si avvalga di codici di comunicazione alternativi. Hanno per caso una dignità inferiore?

La risposta sta nell’esperienza del Dott. Marco D’Angelo, medico specializzando in uno dei reparti COVID del Gemelli di Roma. Va da una signora appena entrata in reparto, trentasettenne sorda, spaventata e disorientata. La saluta con un cenno della mano, lei le risponde con gli occhi. Tra loro si erige una barriera invalicabile fatta di codici e convenzioni non condivisi, linguaggi che per entrambi sono ignoti, non ancora.

Vince l’intelligenza e il buon senso. Il Dottor D’Angelo si chiede come può superare quel limite, rivoluzionare quel giovedì, e sarebbe anche normale, visto che in quei momenti qualcosa lo vuole al centro di un piccolo universo dove solo lui può decidere e cambiare una direzione che sembra già segnata in partenza.

Allora prende lo smartphone e lo consulta. Come comunicare con il linguaggio dei segni almeno per esprimere qualcosa di semplice, pensa, eppure di fondamentale in quel contesto? E’ bastata mezzora. In fondo si tratta di un gioco, descrivere geometrie nell’aria. Ci prova. E’ riuscito a chiederle se avesse dolori al corpo o difficoltà respiratorie. Lei ha risposto di no. Il gesto che da quel giorno le ripete spesso è “Tu, stai bene, tranquilla” e lei, immancabilmente, si sente molto più a suo agio.

Marco ha provato un calore surreale al cuore e non ha avuto bisogno di altro per riscoprire l’umanità, del significato delle piccole cose e del loro ruolo nell’infondere serenità ad una persona e un benessere che va oltre qualsiasi effetto terapeutico.

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