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Le sorti della “normalità”: la giornata dei disabili.

Episodio 7

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Pubblicato da:
MMassarotti

Il 3 di dicembre di ogni anno si festeggia La giornata mondiale della diversa abilità, voluta nel 1981 dalle Nazioni Unite con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere delle persone con tale condizione.

Quando parliamo di “disabilità”, di deficit o di svantaggio si cerca per quanto possibile di sostituire tali termini con espressioni più adeguate alla dignità delle persone. Infatti, esse non sono indicative delle capacità che è possibile mettere in campo ma solo dei punti deboli che finiscono col contrassegnare il loro destino sino a creare identità ben precise.

Si chiama “etichetta” quel modo di designare astrattamente o per comodità persone o cose con lo scopo di classificarle semplicisticamente. Auspico che un giorno venga fondata la giornata contro le etichette, sarebbe una bella evoluzione del 3 di dicembre. Esse sono troppe e vengono attribuite ad una platea ampia di persone solo perché non rispecchiano il concetto prevalente di “normalità”.

Eppure, passare da una condizione di “normalità” per come la intendiamo, a quella di svantaggio, potrebbe essere questione di attimi, sapete? Essi sono il frutto di eventi non prevedibili ne’ controllabili. D’altra parte mi chiedo, chi si reputa “normale” cosa intende esattamente?

A queste domande non c’è una risposta netta, lo so. Ognuno deve poggiare le proprie certezze su risposte di colore bianco o di colore nero. Di solito i grigi non piacciono. Sono scomodi, potrebbero essere oggetto di confronti impegnativi. Come facciamo a parlare di un autistico che ha imparato pazientemente a rapportarsi con gli altri o a dialogare efficacemente? In genere, si ha bisogno di semplificare molto. Non si ha tempo. Nemmeno di ascoltare. E’ imbarazzante.

Qual è la soluzione?! La risposta potrebbe risiedere in nuove domande. Perché definire, attribuire uno status, un nome, una condizione, di svantaggio ma anche di vantaggio. Se ci pensiamo anche coloro che primeggiano sono infastiditi dai complimenti. Non suonano neppure reali. Ognuno, d’altra parte, è impegnato a superare i propri limiti, che risultano intimi, personali e, guarda un po’, difficilmente comunicabili.

Torno sull’argomento: qual è la vera identità di chi non è disabile? Se lo chiedessero a me, probabilmente direi che sono alla continua ricerca di stimoli e di fonti di ispirazione e che i momenti migliori li trovo quando mi sono impegnato per superare quel maledetto ostacolo, quella insicurezza, quel disagio, quando dopo qualche giorno di disperazione sono in grado di guardare lucidamente la realtà e di cogliere delle opportunità. Non credo che questi concetti siano sconosciuti alla generalità delle persone, comprese quelle che in qualche modo usiamo “etichettare”!

Anzi, a volte dobbiamo proprio ringraziare loro, sportivi senza gambe che vincono gare, giovani apparentemente chiusi che eccellono in qualche materia, bambini insospettabili con doti rivoluzionarie, infortunati che cercano e trovano riscatto con forza ed una energia che non hanno mai pensato di possedere.

Un brivido attraversa la sua schiena e all’improvviso quello che pensavamo essere uno qualunque, dall’esistenza negata, ha fregato tutti, facendoci sentire piccoli così.

Ma allora, per auto convincersi delle proprie abilità bisogna proprio creare degli ostacoli? Chiese la noia alla coscienza. La coscienza rispose che “se pensi di essere incapace è perché ti illudi che ogni cosa arrivi a tuo favore senza che tu chieda. La legge fondamentale è chiedere e pagare dei prezzi, caro mio. Più sono bassi e meno merce pregiata ottieni”.

Chi è “normale” è fortunato? Non condividere questo interrogativo col disabile, non perché si offenderebbe. Non scende a questo livello. Ti farebbe perfino perdere la pazienza. Non ci provare. Semplicemente stai parlando con un linguaggio che non comprende. Sai perché? Lei o lui è abituato a cogliere la presenza di un piccione che tuba, si immerge con tutto se stesso in un profumo rassicurante avvertito in lontananza, si nutre di uno sguardo amorevole, gode infinitamente di una carezza, sente tutto ciò che esprime sincerità, escludendo poco. Annuisce di fronte ad un nome, un viso, un titolo, un motivo musicale, lo stesso, che aveva conosciuto trent’anni prima. Lo ricorda.

Posso perfino testimoniare che “sorprendono”, perché sorridono, salutano e chiedono a tutti come stanno. Non dovrebbe essere la “normalità”, questa? Siete liberi di credere che in molti sanno prevedere perfino il futuro e oltrepassano gli orizzonti con “occhi” che non hanno più.

Viviamo questa “normalità”? Non credo.

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