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Una storia senza tempo

Episodio 6

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Pubblicato da:
MMassarotti

Testo: Stefano Servilio
Voce: Mario Massarotti

C’era una volta, in un regno meraviglioso chiamato Mondo, un favoloso castello. Circondato da possenti mura, aveva delle imponenti torri che dominavano la rigogliosa vallata circostante. Superato il ponte di accesso al maniero, l’ingresso principale era caratterizzato da un mastodontico portone in quercia, alle cui sommità, fiaccole dorate ardevano di un fuoco sfavillante e perenne. Nel castello viveva una magnifica Regina dalla bellezza ineguagliabile. La Sovrana era quanto di più prezioso avesse mai avuto quel luogo. Tutti i giorni, venerata e omaggiata con fiori provenienti dai giardini più colorati del regno e da zaffiri, accecanti come raggi di sole estivi, ricambiava i suoi sudditi con sorrisi stracolmi di letizia. Standosene seduta sul suo trono di alabastro, osservava, soddisfatta, lo scorrere leggiadro del tempo. Un giorno però, il castello fu attaccato dai più acerrimi nemici del regno. La Regina, in tutta fretta, convocò i più fidati e valorosi cavalieri di Mondo. Il primo ad arrivare fu Intelletto. Con la sua armatura lucente, ordinato e composto, si inginocchiò di fronte alla magnificenza della sua Sovrana. Intelletto era il miglior stratega del reame e generale in capo di tutto l’esercito. Nella sala del trono, la Regina confabulava con i suoi seguaci; si cercava una valida soluzione per difendere il castello, quando, improvvisamente, una donna vestita di rosso, entrò nella sala. Il suo nome era Umiltà. Se ne stette tutto il tempo genuflessa e non guardò mai la Regina negli occhi. Con voce flebile, fece un rapporto su quello che stava accadendo presso le mura occidentali: 

“Vostra Altezza, un esercito di uomini ciechi a cavallo, si prepara ad attaccare. I loro visi  sono vuoti, spenti, tristi. A guidarli è una donna maliarda senza capelli, con due profonde cicatrici sugli occhi e  dotata di una lunga lingua biforcuta”.

“Chi sarebbe costei?”

Chiese la Regina.

Prostrata al suolo e con le mani giunte, Umiltà rispose con voce strozzata:

Invidia. Questo è il suo nome”.

Sua Maestà cercò repentinamente lo sguardo di Intelletto cheimmediatamente capì e chiamò a sé uno dei capitani più leali. Quel paladino se ne stava in disparte nella profondità più oscura della sala. Sembrava ignorasse tutti, perfino la Sovrana. Quando Intelletto pronunciò il suo nome, si mise sull’attenti per poi accennare ad un inchino. La Regina gli chiese:

“Siete silenzioso mi pare di capire. Il vostro atteggiamento imperturbabile mi inquieta. Come vi chiamate?”

Quell’uomo non rispose e rivolse il suo sguardo al suo generale che prese immediatamente la parola:

“Vostra Maestà, vogliate perdonarlo. Non è impudenza la sua, ma solo la natura del suo essere. Il suo nome è Indifferenza ed è al vostro completo servizio”.

Poco convinta, la Sovrana replicò:

“Mi sembra molto più devoto al vostro di servizio che al mio; comunque non importa. Mi fido di voi. Siamo in pericolo e sosterrò qualsiasi vostra decisione”.

Gli ordini di Intelletto furono chiari e scanditi con voce decisa. Indifferenza si recò immediatamente verso la torre ovest. In un battibaleno il cavaliere si ritrovò nel bel mezzo della battaglia e altrettanto celermente sconfisse Invidia. La trafisse con un fendente, senza guardarla negli occhi, neppure un attimo. La notizia della vittoria arrivò nella sala grande e la Regina si felicitò con Intelletto. Pronunciò una impercettibile riverenza, seguita da un sorriso appena abbozzato. La soddisfazione  dovuta al trionfo durò ben poco. Ecco che un’ancella di palazzo si presentò nel bel mezzo del trambusto. Aveva i capelli malconci e profonde occhiaie nere le solcavano il viso. Respirava a fatica. Il suo affanno pronunciato e il gesticolare irrefrenabile, innervosirono la Regina:

“Calmati! Dimmi il tuo nome innanzitutto e poi spiegami perché sei qui”.

“Il mio nome è Ansia mia signora. Scusate, ma non riesco proprio a trattenermi. Quello che ho visto è spaventoso!”

 “Cosa succede?”

Con parole soffocate, a tratti incomprensibili, Ansia ragguagliò l’intera sala su ciò che stava accadendo nelle vicinanze delle mura orientali:

“Uomini vestiti di nero mia Signora…tutti incappucciati…e poi i loro denti Maestà…aguzzi come…come chiodi! Sì,…come chiodi! Anche i loro destrieri…”.

“Cos’hanno i loro destrieri?”

“Hanno enormi denti di felino…mai vista una cosa del genere!”

“Da chi sono comandati?”

Tagliò corto la regina.

“Il loro condottiero è una strega! Una donna orripilante con fini capelli grigi e occhi sghembi. Sghignazzava di continuo mentre incitava i suoi uomini che, a loro volta, urlavano di continuo il suo nome come se fosse un inno di battaglia. Ora non ricordo bene, ma mi pare che…ah sì ecco…Paura! Questo il suo nome”.

“Basta così”.

Con una fermezza sconcertante, la Regina si rivolse nuovamente al suo stratega:

Intelletto, provvedi”.

Il generale, senza batter ciglio e con rapido cenno, indicò un poderoso giovane che si trovava a pochi passi da lui. Una pelle di leone copriva le sue forti spalle; aveva sguardo fiero e poggiava entrambe le mani su una magnifica spada d’argento. 

“Vai, Coraggio!”

Urlò il generale. Il prode non aspettò ulteriori ordini e si precipitò verso le mura orientali. Fronteggiò Paura, ponendosi tra lei e il castello. La codarda strega, alla sola vista di quell’uomo possente e risoluto,  se la diede a gambe insieme al suo miserabile esercito di sconfitti. 

La Regina si complimentò ancora una volta con Intelletto. Due pericolosi nemici erano stati sconfitti, ma ora bisognava fronteggiare i più pericolosi.  Ecco arrivare al cospetto di sua Maestà un fanciullo dall’aspetto sveglio. Aveva due enormi occhi neri e il piglio di chi sapeva il fatto suo.

“Mia Regina, io sono Intuito”.

“Cosa succede nella zona sud del castello?”

“Strane persone, senza armature né cavalli, tentano di superare le mura meridionali con le più svariate soluzioni. Sono vestiti come normali sudditi: contadini, fabbri, lavandaie e perfino massaie. A guidarli c’è un uomo ammantato, come se fosse un mendicante. Non mostra il suo volto, coperto da un enorme copricapo viola. Inganno il suo nome, Maestà”.

Ancora una volta la Regina delegò le responsabilità ad Intelletto. Il glorioso eroe ci pensò un pò su, fino a quando si rivolse ad una nobile guerriera. Quella donna tanto raffinata quanto severa, aveva dei lunghi capelli biondi e gli occhi vigili. Il suo equipaggiamento consisteva in un armatura di bronzo e uno scudo d’avorio. Mentre si avvicinava con passo lento e cadenzato alla sua Signora, iniziò a lusingarla con parole altisonanti pronunciate con fiera femminilità. Concludendo disse:

“Sono qui per servirla Signora. Furbizia il mio nome”. 

“Corri”.

Ordinò la Regina.

Furbizia capì che era tempo di andare e si diresse verso l’angolo del castello che stava per essere assaltato. Inganno, con i suoi trucchi da abile illusionista, era riuscito a farsi aprire il portone principale. Quando gli assedianti si incanalarono lungo l’ingresso, precipitarono in una rupe che era stata fatta scavare da Furbizia in gran segreto. Un enorme botola si aprì e come d’incanto, il vile menzognero vi precipito insieme alla sua scellerata banda. Anche Furbizia ce l’aveva fatta. Il castello era quasi salvo, ma restava da combattere il nemico più ignobile e potente di tutti; Quando la saggia e timida donna che portava il nome di Sensibilità, fece il suo ingresso nella sala grande, tutti ebbero un sussulto. I suoi messaggi erano sempre accompagnati da una voce profonda come l’abisso e bella come quella di una mamma che ti conforta. Sensibilità parlò di uomini furiosi con testa di cane con la bava alla bocca. Uccidevano in maniera efferata, facendosi beffe della pietà. Il loro capo era un vecchio cavaliere dagli occhi di fuoco, con le mani tutte sporche di sangue e i bianchi capelli avvolti dal fumo della incontrollabile collera. Questa volta la Regina non sapeva proprio cosa fare per fronteggiare l’estrema violenza di quell’assassino che conosceva benissimo. Se ne stava con una mano poggiata sulla testa e meditava su come riuscire ad arrestare la brutalità di Odio che stava trucidando tutti i suoi uomini ed era a un passo dal saccheggiare l’intero castello. D’improvviso però, ecco arrivare una bambina dalle lunghe trecce rosse. Entrò nella sala con passo svelto e sguardo attento. Si avvicinava a tutti i presenti; li annusava, scrutava i loro pensieri e le loro sensazioni. Intelletto, notandola gridò:

Curiosità, cosa ci fai qui? Torna immediatamente nella tua stanza! Perdonatemi Altezza. È mia figlia. Ultimamente abbandona imprudentemente la sua camera poiché le manca il suo compagno di giochi. Ricordate quel ragazzino che mi avete chiesto di rinchiudere nelle segrete a causa delle sue marachelle nel castello?”

“Ah si…”.

La Regina si distrasse dai suoi terribili pensieri e chiese alla bambina:

“Ti manca Amore,vero?”

“Sì Maestà. Nonostante sia spesso insopportabile, irresponsabile e maldestro, mi mancano i suoi sorrisi e i suoi abbracci. Da quando lo avete messo ai ceppi sono triste. Ho perso la mia gioia quotidiana”.

“Farò riaccendere i tuoi occhi”.

Disse la Regina.

“Dovesse essere l’ultima cosa che faccio, farò liberare immediatamente il tuo amico”.

Intelletto si oppose:

“Signora, non lo faccia! Ci sono cose più importanti a cui pensare ora! Siamo sotto assedio e tra non molto Odio sarà qui”.

La Regina non volle sentire ragioni e ordinò a Intuito di liberare immediatamente il piccolo Amore. Alle spalle della Sovrana c’erano le sue dame di compagnia. Alla decisione di liberare Amore, una delle due, di nome Follia, scoppiò a ridere, sprigionando fragorosa allegria nella cupa sala; l’altra, Rettitudine, la riprese attraverso uno sguardo inflessibile ma amichevole. Dopo lo strano siparietto, Intuito obbedì. Nel frattempo Odio, facendosi beffe di qualsiasi difesa e trucidando tutti i combattenti che si erano frapposti tra lui e il suo cammino, riuscì ad entrare nel castello. Raggiunta la sala grande, la sua furia fu incontenibile. Tutti fecero scudo attorno alla Regina, ma furono spazzati via come foglioline di fronte alla tempesta. Odio si ritrovò faccia a faccia con la Signora di quel regno chiamato Mondo. I due si fissavano con aria di sfida, quando ad un tratto, in mezzo a tutta quella carneficina di tristezza, irruppe fischiettando un bambino. Aveva gli occhi chiusi e un sorriso gioviale. Odio si voltò e disse:

“Vuoi sacrificarti per la tua Padrona ? Posso capirti…”.

“Padrona? Ti sembro un tipo addomesticabile io?”

Lo interruppe con insolenza il fanciullo.

Come una belva affamata e stizzito dalla irriverente risposta, Odio brandì la sua spada arrugginita dal tempo e si scagliò verso il piccolo pargolo indifeso. La lama arrivò a un nulla dal cuore e si arrestò. Odio, abituato ad essere sempre contrastato, rimase impietrito quando vide il bimbo che lo accoglieva, ridente più che mai, a braccia aperte. Le vesti di quel mostro iniziarono a bruciare. Il fuoco fu divampante quasi quanto le sue urla assordanti. Il vecchio e malvagio criminale, torturato dalle fiamme, si struggeva inginocchiato a terra. Con entrambe le mani sulla testa in segno di eterna sofferenza, non potè fare altro che abbandonare il suo corpo alle roventi vampate. Il suo cadavere prostrato si pietrificò per poi sgretolarsi. La Regina, terrorizzata, si lasciò andare svenente sul suo trono. Respirò qualche istante per riprendersi dallo spavento e poi, ancora con lo sgomento negli occhi, sorrise. Intelletto ferito, si rialzò faticosamente da terra. Anche Furbizia, Coraggio e indifferenza seppur malconci, uscirono indenni dallo scontro.

Curiosità si avvicinò così alla provata Signora e disse:

“Grazie Altezza per aver liberato Amore. Ora sono più felice, anche se so che mi farà arrabbiare qualche volta”.

La Regina disse soltanto:

“Quando accadrà, ci penserà tuo padre a punirlo. Non ti preoccupare”.

Curiosità, presa da irrefrenabile desiderio di conoscenza, si avvicinò a piccoli passi al trono e poi chiese alla Sovrana:

“Qual è il vostro nome? Io vi ho sempre chiamata Signora, Maestà, Regina, Altezza…ma non conosco la vostra vera identità. Ditemi, come vi chiamate?”

Quella magnifica donna sorrise come non aveva mai fatto e, lasciando gocciolare trasparenti lacrime, rispose:

VITA! Mi chiamo VITA!

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